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L'olio del Lazio
In questa sezione viene presentata una panoramica del settore olivoleico laziale attraverso una rappresentazione complessiva del tessuto produttivo ed alcuni approfondimenti tematici relativi alle produzioni di qualità presenti in ambito regionale, nonché alle cultivar autoctone e alle produzioni ad esse correlate anche attraverso la segnalazione di pubblicazioni specifiche.
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La coltura dell’olivo è diffusa su tutto il territorio regionale per una superficie complessiva di circa 76.000 ettari, che si estende dal livello del mare fino a oltre i 700 metri di altitudine, rappresentando quasi il 50% dell’intera superficie destinata alle colture arboree da frutto, compresa la vite, grazie alla sua notevole variabilità ed adattabilità climatica, biologica, agronomica, socio/economica e colturale.
Tuttavia le condizioni ottimali di coltivazione sono quelle ove le temperature minime non scendono a 5 gradi sotto lo zero, la piovosità media annua sia superiore a 500-550 mm, la natura del terreno sia di medio-impasto, con ricchezza di sostanza organica e reazione neutra o subalcalina.
La flora del territorio regionale associata all’oliveto, generalmente rappresentata da piante ben conosciute nell’area mediterranea, è stabilmente sull’ordine delle 1.000 specie tra erbacee e legnose. Ancora più numerose sono invece le specie animali che si possono trovare negli oliveti, anche se molte di queste non sono strettamente legate a questo agroecosistema. In particolare per quanto riguarda l’entomofauna, oltre alla presenza di svariati impollinatori, fitofagi e loro antagonisti naturali (zoofagi), si conoscono moltissime specie utili di Icneumonoidei, Cinipoidei, Proctotrupoidei, Calcidoidei, Imenotteri, Aculeati, Sirfidi, Pipunculidi e Tachidi che vivono a spese dei fitofagi dell’olivo.
L’81% dell’intera superficie olivicola regionale ricade in zone collinari, il 15% in zone di montagna e solo il 4% in pianura. In generale l’olivicoltura che caratterizza la Regione Lazio si può far risalire essenzialmente a tre tipologie:
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Marginale: terreno non lavorato, senza o con saltuaria potatura, nessun apporto di agrochimici, raccolta delle olive a terra o con reti;
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Tradizionale: intensità d’impianto e tecniche di allevamento variabili, possibile promiscuità con altre colture, uso di agrochimici regolare, lavorazione del terreno, potatura ogni 1-2 anni, irrigazione ove possibile, raccolta delle olive a terra con reti o sulla pianta a mano o meccanicamente;
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Moderno: elevata intensità d’impianto, rinnovo delle piante dopo circa 50 anni, forme di allevamento basse, con o senza lavorazione del suolo, potatura annuale, uso di agrochimici, irrigazione, raccolta meccanica.
L’olivo è presente in maniera abbastanza omogenea su tutto il territorio laziale; in particolare, Roma e Viterbo sono le province con maggiore superficie olivetata, coprendo, rispettivamente, il 28% e il 24% dell’intera superficie regionale. La produzione media di olive ottenuta nel 2003 e destinata alla molitura si è aggirata intorno alle 100.600 t. La resa in olio appare piuttosto variabile sul territorio regionale oscillando da un minimo del 12% ad un massimo del 18%.
Le province di Roma e Latina presentano una produzione di olive destinate alla molitura, per unità di superficie, superiore alle altre province, rispettivamente di 2,0 e 1,4 t/ha.
La produzione in olio nelle ultime due campagne anche considerando le normali oscillazioni legate all’andamento alternante della produzione di olive ha posizionato la Regione Lazio sempre al 5° a livello nazionale.
Il Lazio si colloca, con 377 strutture molitorie, al sesto posto con il 7% sul totale dei frantoi nazionali (AGECONTROL campagna olivicola 2004-2005).
Consulta i documenti allegati:
Distribuzione altimetrica olivo
Superfici e produzione olive
Aziende e superfici
Superficie regionale olivetata
Produzione regionale olivicola
Produzione olio campagna 2003-2004
Frantoi operanti nella Regione Lazio 2003-2004
Produzione olio campagna 2004-200
Frantoi operanti nella Regione Lazio 2004-2005
Le favorevoli condizioni climatiche esistenti nel territorio laziale consentono lo sviluppo dell’olivicoltura un po’ ovunque. Nell’intero territorio esistono, tuttavia, aree particolarmente vocate quali la Sabina nelle province di Roma e Rieti, e i Monti Lepini e Ausoni in quella di Latina e nel viterbese. L’importanza della produzione olearia laziale, quindi, è determinata prima ancora che in termini quantitativi, dal suo stretto legame con il territorio.
Allo stato attuale le DOP riconosciute a livello regionale sono:
Contemporaneamente è stato avviato l’iter per il riconoscimento della DOP Terre Tiburtine.
Va segnalato che, a livello regionale, gli oli DOP - nella categoria oli e grassi - restano comunque i prodotti che ottengono maggiori riconoscimenti sul mercato sia per il livello dei prezzi spuntati (in crescita per tutti gli oli d’oliva) sia per la tenuta dei consumi a fronte di una crescita dei prezzi; in considerazione di questo fatto essi sono di fatto classificati come prodotti trainanti (fonte ISMEA).
Visualizza la distribuzione delle DOP sul territorio laziale.
| Analisi swot – filiera olivicola | |
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| Punti di forza | Punti di debolezza |
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L’olivicoltura biologica in Regione Lazio rientra tra le filiere più rappresentative delle attività agricole condotte secondo il metodo dell’agricoltura biologica.
Attraverso una serie di cartografie tematiche costruite da ARSIAL sui dati dell’annualità 2004, relativi alla Misura F2 “Agricoltura biologica” del Piano di Sviluppo Rurale 2000-2006 (rappresentativi di oltre il 72% dei produttori agricoli iscritti nell’Albo regionale degli operatori biologici e circa il 78% della superficie biologica laziale) è stato possibile rappresentare l’incidenza del metodo di coltivazione biologico e dei diversi indirizzi colturali adottati dalle aziende “bio”.
La prima elaborazione proposta riporta la distribuzione regionale della superficie agricola coltivata secondo il metodo biologico (Fig. 1): essa è stata realizzata valutando l’incidenza percentuale della superficie agricola utilizzata (SAU) condotta secondo il metodo di produzione biologico sulla SAU complessiva di ogni singolo comune rilevata dal 5° Censimento Agricolo ISTAT del 2000.
Da tale rappresentazione emerge con chiarezza che sul territorio regionale l’agricoltura biologica si concentra nelle province di Viterbo, Roma e Rieti, dove si riscontra anche una distribuzione capillare delle coltivazioni biologiche, mentre risulta meno diffusa e molto disomogenea nelle province di Latina e Frosinone.
L’analisi dei dati è stata approfondita rappresentando la distribuzione regionale delle diverse coltivazioni biologiche raggruppate per orientamenti produttivi (Fig.2). Le carte tematiche rappresentative degli ordinamenti colturali sono state realizzate valutando l’incidenza percentuale della superficie agricola ammessa a premio per le coltivazioni incluse nei diversi raggruppamenti rapportata alla SAU biologica complessiva ammessa a contributo per ogni singolo comune.
Da questi dati si evince che l’olivicoltura biologica, con un valore dell’8%, si colloca a livello regionale tra gli orientamenti produttivi predominanti.
L’olivicoltura biologica rispetto alla SAU “biologica” comunale è rappresentata nella (Fig.3): il primo aspetto evidente è la maggiore presenza nelle aree collinari più interne dove la coltivazione dell’olivo presenta minori criticità per l’applicazione del metodo biologico rispetto alle aree costiere e a sud della regione. Inoltre, particolarmente interessante è la presenza dell’olivicoltura biologica specialmente in quelle aree ove sono concentrate alcune delle DOP laziali riconosciute o in corso di riconoscimento (“Sabina”, “Tuscia”, ”Terre Tiburtine”, “Soratte” e “Ciociaria”), tanto da far ipotizzare una stretta relazione tra condizioni pedo-climatiche favorevoli alla coltura e la diffusione del metodo di produzione biologico. Tale andamento è coerente con la maggiore specializzazione produttiva che si riscontra nell’olivicoltura laziale degli ultimi anni, caratterizzata nelle ultime campagne olearie anche da una timida crescita delle produzioni certificate sia DOP che biologiche.
Relativamente all’importanza dell’olivicoltura biologica nell’ambito del mercato dei prodotti biologici reale e potenziale si riporta parte di una analisi estimativa effettuata da ARSIAL nel 2004 sui dati PSR relativi a tre annualità (2001-2003); il dato complessivo viene rappresentato mediando i risultati annuali, al fine di limitare l’effetto di andamenti climatici e quindi produttivi particolari (Tab.1).
Per procedere alla stima, è stato necessario reperire le rese unitarie per tipologia di prodotto, quantificare la quota parte della produzione potenziale che effettivamente viene certificata e commercializzata come prodotto da agricoltura biologica e il relativo prezzo di mercato. Per quanto riguarda le rese, si è ritenuto di poter fare riferimento alle stime congiunturali ISTAT, considerando l’approccio cautelativo con cui esse vengono in genere determinate, ipotesi confermata dal confronto con le rese produttive in biologico pubblicate da ISMEA. Per la valutazione della quota di produzione certificata, si è fatto di norma riferimento alle stime ISMEA e, solo in pochi casi, sono state effettuate stime dirette. I prezzi dei prodotti sono stati ricavati, per la maggior parte, dalle quotazioni delle borse merci operanti a livello nazionale, dando preferenza a quelle di Roma e Bologna. La filiera predominante in termini economici risulta essere quella ortofrutticola, che destina la quasi totalità della produzione potenziale al mercato.
La produzione stimata si aggira sui 46 milioni di €, corrispondente al 2% circa della PLV agricola regionale, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT per il triennio in esame e, se si fa riferimento solo alla quota delle coltivazioni, si arriva al 3% della PLV corrispondente regionale.
Esaminando l’incidenza delle diverse colture sul totale della PLV biologica da coltivazioni (Fig.4), si può notare come cambia il rapporto tra i diversi comparti di produzione; l’olivicoltura mantiene una incidenza di circa l’8% sia in termini di superficie che di valore delle produzioni certificate commercializzate sulla PLV biologica regionale.
Tipicità e radicamento con il territorio si rispecchiano nella presenza di un grande numero di varietà locali di olivo, alcune delle quali di notevole interesse commerciale, mentre altre meno conosciute meritano certamente precorsi di valorizzazione, come nel caso dell’Itrana preventemente diffusa nella provincia di Latina, ben nota come oliva da tavola e presente in commercio come “Oliva di Gaeta”, ma che fornisce anche un ottimo olio molto meno conosciuto. Vanno segnalate tra le altre varietà importanti: la Rosciola e la Ciera nel Frusinate, la Carboncella, la Salviana e la Raja nella Sabina Romana e Reatina, il Canino e il Crogniolo nel viterbese.
Altre varietà, essendo a rischio di erosione genetica o di estinzione, sono state iscritte al Registro Volontario Regionale per la tutela dell’agrobiodiversità, la cui tutela è demandata ad ARSIAL in base alla la L.R. n 15 del 1 marzo 2000 "Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario". Sono attualmente iscritte al Registro le seguenti varietà: Salvia, Marina, Minutella Casarè, Sirole e Vallanella.
L’azienda sperimentale di ARSIAL presso Montopoli Sabina spende da anni la sua esperienza in un accurato lavoro di caratterizzazione delle varietà autoctone di olivo, nell’ambito di progetti di valorizzazione del patrimonio olivicolo regionale.
Per approfondimenti è possibile consultare i file allegati:
Catalogo varietà
Valutazione componenti